E noi come Str**** rimanemmo a guardare
Un’Intelligenza Artificiale generativa scrive un articolo di quattromila parole sull’importanza della sostenibilitĂ ambientale nel mercato dei bulloni zincati. Lo fa in tre secondi netti, consumando la stessa energia elettrica di un piccolo comune della bergamasca.
A quel punto, l’articolo viene pubblicato su un sito web. Chi lo legge? Un essere umano? Ma non scherziamo. Gli umani non hanno tempo, sono troppo impegnati a fare call di allineamento su Zoom. A leggere l’articolo è un’altra AI, un crawler valutativo, incaricato di analizzare il testo, riassumerlo e decidere se merita di essere indicizzato.
Una terza AI, integrata nel browser di un potenziale acquirente, scansiona quel riassunto e, basandosi sui dati storici dei consumi, decide autonomamente cosa è meglio comprare per conto del suo utente. Infine, un’AI bancaria approva la transazione, mentre un algoritmo logistico sposta un pacco da un magazzino automatizzato a un altro.
Il giorno dopo suonerà il campanello (per ora funziona così) e un corriere ci consegnerà un pacco contenente qualcosa che abbiamo solo immaginato, ma solo per un momento. Poi non ci abbiamo più pensato, ma il nostro nuovissimo smart watch AI collegato alle nostre reti neurali non ha perso tempo, e ha fatto partire il tutto….
Il paradosso del circuito chiuso: Le macchine producono contenuti che le macchine leggono per convincere altre macchine a comprare prodotti creati da macchine, non per l’uomo, ma solo per qualcuno che paga. L’human-in-the-loop è stato ufficialmente retrocesso a “giustificazione legale per l’emissione delle fatture”.
Siamo finalmente prossimi all’era del collasso tecnologico. Un tempo si parlava di B2B (Business to Business) o B2C (Business to Consumer). Oggi la realtà è solo una: il B2B(Bot-to-Bot). Internet è diventata una gigantesca stanza dei giochi dove i nostri algoritmi si scambiano informazioni, si mettono “Like” a vicenda, si insultano nei commenti su LinkedIn per generare engagement artificiale e si vendono a vicenda corsi di formazione su come usare meglio altri algoritmi.
E noi? Noi, come perfetti imbecilli, siamo rimasti lì a guardare lo schermo. Paghiamo l’abbonamento alle AI, paghiamo la bolletta della luce, firmiamo gli estratti conto della carta di credito che la nostra AI finanziaria ha deciso di svuotare per comprare un purificatore d’aria smart (scelto dall’AI di Amazon per proteggerci dall’inquinamento prodotto dai server delle AI).
La domanda finale: e quindi?
La vera tragedia non è che l’Intelligenza Artificiale ci ruberĂ il lavoro. La vera tragedia è che ci ha lasciato solo il lavoro di supervisione. Siamo diventati i guardiani della presa elettrica, i badanti biologici dei server.
Ma c’è un risvolto inaspettatamente filosofico in tutto questo. Se le macchine scrivono, le macchine leggono, le macchine scelgono e le macchine comprano… allora noi siamo finalmente liberi. Liberi di fare l’unica cosa che i computer non potranno mai simulare, nemmeno con un miliardo di parametri in piĂą: assolutamente nulla.
Mentre il silicio si surriscalda decidendo le sorti del PIL mondiale in una danza frenetica di bit, l’essere umano può finalmente riscoprire la sua vera, ancestrale vocazione. Guardare il soffitto, sbagliare strada al casello autostradale, dimenticarsi le chiavi di casa e fissare il vuoto con la bocca leggermente aperta. Lasciamo che i bot si scannino per la prima posizione su Google. Noi abbiamo un aperitivo a cui non andare perchĂ© ci siamo dimenticati di guardare l’agenda elettronica gestita dall’AI. E va benissimo così. Forse.